L’indagine fotografica e la comunicatività della ritrattistica.

È possibile raccontare i vari stadi dell’esistenza umana attraverso gli sguardi, le espressioni e le pose delle persone? Può il ritratto fotografico, inserito nel giusto contesto, essere un mezzo espressivo potente a tal punto da far emergere tramite il soggetto i molteplici stati d’animo degli esseri umani?

del_zottoNato e cresciuto a Venezia, Marco Del Zotto ha scoperto la passione per la fotografia e in particolare per il foto-ritratto sin dalle scuole superiori, quando ha cominciato ad esercitarsi con il fotoritocco. Si è approcciato seriamente a questo genere di fotografia già nel 2008, quando ha collaborato come assistente alla realizzazione di un reportage per documentare gli imprenditori che in quel periodo lottavano per fronteggiare la crisi economica.

Marco ha approfondito questo filone fotografico negli anni universitari all’ISIA di Urbino, frequentando il corso di Fotografia dei Beni Culturali e durante il quale si è avvicinato anche alla fotografia più commerciale, che fosse pubblicitaria o di moda.

Ma è con il ritratto fotografico e gli scatti di still life che Marco si è da sempre sentito più a suo agio, tanto da dedicarvi il suo progetto di tesi “More”.

La potenza del ritratto è da sempre stata riconosciuta nella storia delle arti per la capacità di farsi carico di una storia e di comunicarla attraverso un racconto visuale eloquente ma senza l’utilizzo delle parole.

Ispirato dai lavori del fotografo olandese Erwin Olaf incentrati sull’espressione dei sentimenti “scomodi” come la solitudine, Marco ha ideato un progetto che divenisse un vero e proprio percorso narrativo attraverso le foto, per delineare nello specifico le principali tappe dell’esistenza umana che ognuno di noi è portato ad affrontare nel corso della vita.

Partendo dal tema generale e vastissimo dell’esistenzialismo, sono stati individuati tre capitoli ritenuti essenziali secondo la sensibilità del fotografo per restringere il campo di indagine: solitudine, ricerca e rivelazione. Ogni capitolo può essere letto singolarmente ed è stato scelto di cambiare location e attori per i singoli temi, per creare un contesto famigliare e quindi  una maggiore confidenzialità con il fotografo.

Significativa è stata la scelta degli attori da coinvolgere in questo progetto. Per il capitolo solitudine protagonista è suo fratello gemello, con il quale l’intesa è stata immediata per la realizzazione degli scatti, intervallati dalle immagini di pareti a significare le barriere e gli ostacoli che spesso ci si presentano nei momenti di crisi; per il tema della ricerca invece Marco ha coinvolto suo padre, ritraendolo in un ambiente a lui noto ovvero la sua casa d’infanzia, condividendo storie e ricordi che il luogo ha riportato alla memoria.

Per l’ultimo capitolo invece, quello della rivelazione, Marco si è fatto ispirare dal pensiero dello scrittore e filosofo Albert Camus, il quale affermava che gli uomini solo condividendo tra loro le proprie esperienze di vita possano ritrovarsi nella stessa pena esistenziale e dunque lottare insieme contro la sua mancanza di senso e la sua assurdità. Dopo aver tolto qualsiasi riferimento ambientale, Marco ha voluto portare l’attenzione sui soggetti e questo proposito, ha studiato nello specifico le pose di modelli e ritrattisti da cui trarre spunto per i suoi scatti. L’incontro finale dei due ragazzi sta a significare, al termine del lavoro di tesi, che solo la solidarietà salvifica può alleviare le angosce che ci affliggono.

Marco negli ultimi due anni si è avvicinato al filone documentaristico di paesaggio e alla fotografia d’interni. Al momento espone alcuni suoi scatti per la mostra Lacuna/ae di Venezia, per cui ha esplorato le aree della ex Junghans, una vecchia fabbrica di orologi che ora ospita il teatro dell’Accademia Teatrale Veneta.

Silvia Previti

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