Dietro la macchina per sviluppare ricordi.

 

Il modo migliore per parlare di un fotografo è parlare delle sue fotografie, il punto di partenza di questa recensione sono proprio le foto che saranno esposte dal 9 al’11 settembre 2016 nella sala d’arme di Porta S. Quaranta (Treviso) durante la mostra Ab-origine. In questo articolo però ne vedrete solo una, bisognerà dunque essere fiduciosi per proseguire nella lettura. Partiamo dalla prima impressione, che non è mai completamente sbagliata: queste foto sono cartoline! Perché questa sensazione? Non ci sono figure umane, ci sono sfondi BELLI, quelli da gita con la scuola, ma sono sfuocati e  ad essere a fuoco è sempre un oggetto. A cosa mi serve una cartolina se non mostra come si deve il luogo visitato? La risposta sta nella funzione della cartolina, la cartolina non serve a chi la prende, ma a chi la riceve per immaginare di essere lì; queste cartoline invece sono come un odore improvviso, fatte per essere spedite a se stessi e non hanno bisogno di essere oggettive, devono essere solo delle porte per accedere al ricordo di quei momenti fondamentali per l’individuo. E ancoraautoritratto ci sono dei posti non ben definiti (oltre a Venezia che è proprio una Venezia), e degli oggetti: la maschera, il libro, il foglio bianco la macchina fotografica. E se i luoghi rappresentati sono proprio dei luoghi di “viaggio”, ma non ci sono le persone, ecco che gli oggetti sono un supporto, perché non si viaggia mai da soli, al massimo si scarica il peso dell’esistenza sulle cose, e una macchina fotografica diventa un bastone da viandante e un modo di ritrovare chi si è in quel che si è vissuto.

 

Andrea Moretto è un fotografo e studente di economia classe 1993, dichiaratamente ancora in “lotta” con la fotografia per giungere ad un sereno sposalizio, ha in realtà già espresso con le foto la sua predilezione per l’individuazione di dettagli inconsueti e l’allontanamento dalla figura umana, salvo che questa sia solo un manichino, un semplice elemento della scena; o, caso ancor più raro, una delle persone dentro la ristretta cerchia degli affetti. È inoltre fotografo del pittoresco, non per imitazione ma per genuino interesse delle forme esotiche, fosse nato nell’Ottocento ce lo si potrebbe immaginare in viaggio come nei romanzi di Jules Verne (non a caso amico di Nadar), con l’obiettivo di riportare in patria immagini di meraviglie lontane. Da ricordare la partecipazione/ideazione della mostra Smartphoneography assieme al fotografo e amico Luca Tonon. Per l’appunto una mostra di fotografie scattate con lo smartphone, a dimostrazione del fatto che la qualità dello scatto deriva soprattutto dall’abilità di chi scatta, e non di quanto grosso ha l’obiettivo.

 

Testo a cura di Gianluca Cappellazzo

 

Studente di storia delle arti, indirizzo arte contemporanea, già laureato in conservazione dei beni culturali, è uno dei fondatori di Filamenti all’interno del quale partecipa principalmente alla stesura dei testi.